Infografica "Noi siamo Infinito"

Tempo fa wwayne, un blogger che seguo e che fa parte dei follower di GenitoriFelici  (a proposito, lui è un grande appassionato di cinema: andate a leggere le sue recensioni perchè è davvero bravissimo! https://wwayne.wordpress.com) mi aveva consigliato di guardare ed eventualmente scrivere un articolo per la rubrica psy-cinema sul film “Noi siamo infinito”. Ebbene, con un po’ di ritardo, ho finalmente creato un’infografica. L’avevo visto al cinema  e qui ve ne parlo e cerco di spiegarvi perchè mi è piaciuto così tanto.

Ps: a proposito, vi aspetto domani con il nostro consueto appuntamento con i buoni propositi del 2018, in cui parleremo di… (non vorrete che vi rovini la sorpresa, no? A domani!!)

3. INFOGRAFICA FILM NOI SIAMO INFINITO

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Se non ti piace quello che vedi, cambia il tuo modo di guardare

Con l’avvento delle festività natalizie, stanca per l’anno appena trascorso, confesso che desideravo solo riposarmi e trascorrere piacevoli giornate in casa, vicino al fuoco del camino e con una bella tazza di thè fumante tra le mani. Poco prima di Natale, però, ho deciso di combattere la mia proverbiale pigrizia ed uscire per andare al cinema. Avete presente quando tutti i tuoi amici ti chiamano e cominciano a dirti “…ehi, quel film è davvero stupendo, devi proprio vederlo!” “dai, non ci credo che ancora non ci sei andata!” o ancora “guarda, sul serio ne vale la pena…poi mi dici…”

Insomma, alla fine ho ceduto e visto che uno dei buoni propositi per il 2018 è proprio quello di andare più spesso al cinema ho accettato di vedere quello che molti mi hanno descritto come “…un vero e proprio capolavoro”.

Di quale film sto parlando? Cliccando qui potrete vedere la locandina (e sono sicura che la maggior parte di voi già lo conosce!)

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Cinema, psicoanalisi e follia: come avviene la rappresentazione dei “matti” sullo schermo

Chi mi conosce bene sa che le mie due grandi passioni sono il cinema e la psicologia. Ci addentriamo quindi oggi, con questo articolo, in un ambito affascinante, ovvero lo stretto rapporto esistente tra psichiatria e mondo cinematografico.

La nascita ufficiale della psicoanalisi viene fatta convenzionalmente risalire dagli studiosi al 1895, anno in cui Freud pubblica la sua opera “Psicoanalisi dell’isteria” dando origine alla psicologia dell’inconscio. È significativo il fatto che, proprio nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, i fratelli Lumière organizzino le prime proiezioni pubbliche del loro “cinematografo”, segnando in modo clamoroso e spettacolare l’avvento di questa nuova e rivoluzionaria arte. Per questa coincidenza temporale, Musatti ha definito la psicoanalisi “sorella gemella” del cinema, in quanto sua coetanea.

Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno inoltre fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto, mostrandosi come due tra le discipline con maggiori affinità elettive: entrambi si sono occupati da sempre di pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita.

Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni, aveva riconosciuto un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio è una sorta di cavità teatrale, uno schermo su cui immagini e simboli giocano i loro ruoli. Come per l’inconscio, nella sala cinematografica c’è il buio, c’è il vuoto e questa attesa iniziale prima che inizi il film.  Nell’uomo esiste un mondo interiore, evocato nei sogni, e il cinema, in quanto macchina di sogni, pare in grado di far nascere nello spettatore dinamiche identificative e proiettive rispetto ai personaggi ed alla storia raccontata.

Attraverso l’analisi di opere cinematografiche si è capito che il cinema, così come la psiche, è contemporaneamente molte cose insieme: può essere luogo di cura e di sostegno, uno spazio di fuga dal reale, un territorio privilegiato in cui evocare i più segreti timori e fantasie per renderli innocui. Allo stesso tempo è anche il luogo in cui si sono da sempre potuti ritrovare tutti gli oggetti del desiderio collettivo, le pulsioni e gli istinti più primitivi. Diversi autori sostengono che il mondo visto attraverso la macchina da presa perde le sue caratteristiche specifiche per trasformarsi in segno universale: ecco che allora il cinema diventa strumento utile per favorire l’elaborazione della storia proposta ed il cammino evolutivo del personaggio, consentendo l’avvicinamento al mondo personale di ciascuno che sarebbe troppo doloroso da affrontare.

Il cinema è una cornice dentro cui i protagonisti raccontano e mostrano ciò che sono. Le emozioni fanno vivere le storie ed è attraverso le storie che si vivono emozioni.

Quando il cinema si propone di mettere in scena il mondo della follia, può diventare strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che, attraverso il film, si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, spesso sconosciute a causa dello stigma che le caratterizza.

Analizzando i film che raccontano storie di malattia mentale, si evidenzia come la maggior parte rappresentino il disagio psichico come una grave alterazione mentale che porta il soggetto ad azioni violente e pericolose, senza che riesca più a distinguere tra bene e male. Pertanto si sono utilizzati spesso modelli stereotipati per rappresentare storie in cui sono affrontati i problemi della psiche. Tuttavia, se da una parte vi sono film che hanno rafforzato tale dicotomia consolidando i luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo, dall’altra ve ne sono altri che hanno esplorato con sensibilità ed efficacia i territori della mente, aiutando a  capirne meglio le dinamiche ed esorcizzando le paure.

Infatti, la tendenza a rappresentare il malato mentale come un diverso, spesso un folle criminale da cui occorre mettersi in salvo (si pensi al genere horror o noir) è la manifestazione della paura della diversità, di ciò che non è conosciuto e si teme sia anche dentro di noi.

I generi di film che raccontano la follia con accezione negativa hanno quindi una funzione catartica: il mostro sarà alla fine punito per le sue colpe, permettendo così all’inconscio degli spettatori di sentirsi salvi. Possiamo ricordare molti film in cui il soggetto psichiatrico è rappresentato come imprevedibile, violento, socialmente pericoloso, come ad esempio il famoso “Psyco” o ancora “Shining” diretto da Kubrick, in cui i protagonisti sono diabolici e folli assassini.

Un modo alternativo di rappresentare il malato mentale è, all’estremo opposto, quello di presentarlo come un personaggio buffo, un pazzo da deridere che fa divertire, ridicolizzando disturbi gravi e spesso poco conosciuti e relegando la figura del malato ad una sorta di macchietta (si pensi a “Scemo + Scemo”).

Accanto a questi due grossi filoni se ne può identificare un terzo, nel quale la diversità patologica viene idealizzata ed il soggetto malato viene visto come essere spesso creativo, sincero, anticonformista, che si contrappone al mondo conformista e violento. Il messaggio allarmista verso la malattia mentale, di cui accennavamo prima, viene qui ribaltato: ad esercitare la crudeltà verso i pazzi sono i cosiddetti normali, internandoli in strutture semicarcerarie così da isolarli dalla società ed adottando pratiche mediche simili a torture (camicie forza, lobotomie cerebrali, isolamento, elettroshock) con lo scopo non di curare ma di rendere questi individui innocui, privandoli di personalità, creatività e umanità. Questa trasformazione cinematografica si colloca storicamente intorno agli anni ‘60 e ‘70, anni della contestazione giovanile e della chiusura dei manicomi ad opera di Basaglia e della legge 180.  In questa fase storica si realizzano capolavori legati alla follia di grande successo, quali “Family life” o “Diario di una schizofrenica”.

La natura della malattia si riduce, perde la sua ombra terrificante . il folle non è più tale, è un individuo che vive lo stesso dolore di chiunque.

Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un’impresa pressochè impossibile; tuttavia, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (“A Beautiful Mind” [2001], “Spider” [2002]). Questo vale anche per la rappresentazione dei disturbi dell’umore, sia per quanto riguarda la mania (“Capitan Newman” [1963], “Mr. Jones” [1993]), sia per la depressione (“Il settimo velo” [1945], “La figlia di Caino” [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi (“Requiem for a Dream” [2000], “Paura e delirio a Las Vegas” [1997]).   Rispetto ai disturbi di personalità, essi sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, raccontando di pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo “Arancia meccanica” [1971] per il disturbo antisociale di personalità; “Alice’s Restaurant” [1969] per il disturbo borderline, “American gigolo” [1980] per l’esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all’interno degli istituti psichiatrici in diversi paesi ed epoche: “Il grande cocomero” [1993], “Ragazze interrotte” [1999], “Prendimi l’anima” [2003], fino al recente “Si può fare”[2008].

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Riflessioni a partire dal film “Si può fare”

Dopo le riflessioni sul film “Forrest Gump” continuano gli articoli per la rubrica “psy-arte”: oggi vorrei proporvi la recensione di un film al quale sono particolarmente affezionata, essendo stato l’oggetto della mia tesi di Laurea sulle cooperative sociali e la malattia mentale.

Sto parlando della pellicola “Si può fare”, opera cinematografica uscita nelle sale nel 2008, diretta da Giulio Manfredonia ed interpretata da bravissimi attori italiani, tra cui Andrea Bosca, Anita Caprioli e Claudio Bisio.  (cliccando QUI potrete vedere il trailer del film)

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Riflessioni a partire dal film “Forrest Gump”

Oggi inizia la nuova rubrica “PSY-ARTE” e ho deciso di inaugurare questo nuovo spazio parlando di un film che mi è rimasto nel cuore per il suo bellissimo messaggio e per l’intensa interpretazione e caratterizzazione che i bravissimi attori hanno saputo dare ai propri personaggi.

Sto parlando di Forrest Gump, opera cinematografica diretta da Robert Zemekis e interpretato da Tom Hanks, uscito nelle sale nel 1994.

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